La Nostra Storia
Tra i resti dell’antico monastero di San Giorgio e le pendici del bosco Magnano, nella natura incontaminata del contado di Episcopia, si staglia la contrada Manca.
Boschi verdeggianti e sorgenti cristalline, agili cervi e lupi silenziosi, schivi scoiattoli e maestosi rapaci accompagnano il visitatore in un paesaggio profumato e verdeggiante.
A valle di questo posto incantato, ai piedi della sorgente Siriituro, si trova la masseria della famiglia Molfese.
Si narra che in un tempo ormai lontano, quando i briganti frequentavano queste sperdute contrade ai piedi del Pollino, una banda di malfattori, che male impersonavano il volto romantico e patriottico dei briganti, fece visita alla masseria, portando con sé violenza e terrore. Antonio, uno dei due fratelli che abitavano nella fattoria, uomo mite e minuto, riuscì a metterli in fuga con coraggio ed efferatezza. La gente del posto, stupefatta per la forza con cui il garbato e gentile Antonio si era opposto alle loro angherie, cominciò a dire: “Il buon Antonio si è rivelato più brigante dei veri briganti!”.
Da allora, la famiglia Molfese fu conosciuta nel contado di Episcopia e dei paesi vicini con l’appellativo di “Briganti”.
Uno dei due fratelli, Giovanni, dopo quella triste esperienza, decise di lasciare quei luoghi per cercare fortuna nella vicina Puglia: qui, grazie alla sua profonda conoscenza delle erbe officinali, si apprestò ad alleviare le sofferenze di molti.
Antonio, invece, decise di fermarsi in quel posto incantato: con il tempo apprese l’arte del “sanapurcedd”, il castrino di maiali, che tramandò di generazione in generazione.
La sua casa e la sua masseria furono sempre ospitali con chi cercava rifugio o aiuto, un pasto caldo o un posto per la notte.
Agli albori del Novecento, nella famiglia vennero alla luce due pargoli, che assunsero anch’essi i nomi di Giovanni e Antonio: il primo, come aveva fatto in passato il suo avo, lasciò la masseria per cercare fortuna altrove, il secondo decise di restare nella sua casa natia: sposò Maria, eresse l’attuale abitazione, continuò a viaggiare dalla Lucania alla Puglia, dalla Calabria alla Campania dove in tanti attendevano “U sanapurcedd”, che raggiungeva quei lontani luoghi avvolto in un pesante mantello e vestito di tutto punto con giacca, pantaloni e gilet di fustagno. In estate trebbiava il grano per sé e per gli altri, in autunno si dedicava alla frangitura delle olive. Ogni anno, alla vigilia di Natale, Antonio poneva nel grande camino il “ceppone”, che lui stesso aveva premura di scegliere nel bosco di Magnano e lo lasciava ardere, a riscaldare la casa, dalla Notte Santa a Capodanno. Il calore della famiglia non mancò mai: ebbe figli e nipoti e la sua dimora fu sempre ospitale e aperta ai viandanti. Fu un lavoratore instancabile. Amava ripetere spesso: “Fatighé c’a chépe, iè chiù liegg ‘i fatighé k’i vrazz”. I figli hanno continuato il suo lavoro, onorandone lo spirito imprenditoriale e proseguendo nelle attività di sanapurcedd, frantoiani e trebbiatori.
Una nuova e ospitale realtà, “La casa del Brigante”, si propone oggi di rinnovare i fasti di una famiglia che affonda le sue radici nella storia e nella leggenda.

































